La questione a Destra

“Ogni osservazione richiede la giusta distanza. Spaziale, temporale e spirituale”: parole di Junger che risalgono attuali.
Prendete un angolo di Storia, giratelo, capovolgetelo e nulla sarà più come prima.
Differenti punti di vista danno differenti orizzonti ma più dell’orizzonte conta la posizione da cui si guarda: si scelga un punto, lo si scelga bene, dove si riceva bastante luce per dominare il tempo e lo spazio. L’orizzonte per quanto vasto è sempre, all’estremo, un punto infinitesimale e preciso. È però necessario sapere cosa quel punto deve contenere. Il momento dell’esperienza deve guidare ma è la volontà, se sa ciò che vuole, a indirizzare.
Non ci si comporta come studenti al primo anno né come quelli all’ultimo anno sventolando i libri in aria come se ci si fosse impadroniti della Storia.
Con quale idea, con quale forza oggi è possibile parlare di Destra se non si sa neppure un corso d’acqua da dove viene e dove va. Il corso d’acqua è la Storia. Ci si prepari allora ad un’escursione, fatta con dovizia di osservazioni e particolari affinché nulla sfugga al senso della questione.
La questione a Destra è politica o sociale? è presente o futura? sta al di qua o al di là di cosa?
Le domande più inquietanti le fanno i grandi spiriti, acque mosse, onde che cambiano inaspettatamente ogni aspetto sonnecchiante della vita. Il mondo si solleva. L’occhio della Storia si apre ad osservare e coglie il felice cambiamento mentre tutto intorno il nulla evapora.
Io vi dico che è preferibile metter mano coraggiosamente sul fil di ferro che sembra circondarci dopo tanto tempo e ricavare un nuovo passaggio piuttosto che seguire i sentieri già mangiati dalla coalizione di pecore.
Bisogna essere volitivi ma bisogna volere nel modo giusto. L’asse della terra è immaginario eppure attorno ad esso ruota tutta la vita.  Così la Storia, anch’essa ha il suo asse ideale.
Ma ci vuole intelligenza incandescente per fondere così bene le cose della vita e della Storia. 

(pubblicato su www.atuttadestra.net)

Junger e la battaglia come esperienza interiore*

“E l’essere umano è buono. Altrimenti come ci si potrebbe addossare gli uni agli altri? Ognuno sostiene di essere buono. Nessuno ha attaccato. Tutti sono stati aggrediti” [1]. 
Ernst Junger
La pace, prima di diventare tale, ha fatto la guerra. Ci avete mai pensato?
Ogni uomo si comporta come è nella sua natura. Gli uomini uccidono altri uomini perché in loro è naturale farlo: “per prima cosa siamo esseri umani (...) Ma proprio perché siamo esseri umani verrà sempre il momento in cui dovremo saltarci addosso” [2], per un sogno di conquista, un desiderio di vendetta, una volontà di rapina. Perciò Junger scrive  “vivere significa ammazzare” [3]. Ci vuole una punta ben arrotondata per far passare un uomo per un instancabile cacciatore di mosche [4] piuttosto che per un assassino consumato.
Il bambino che roteava i pugni chiusi è oggi il pacifista che con le mani in tasca “va a vedere gli incontri di boxe” [5].
La pace è la superficie fredda di un’anima morta. La guerra, intesa come battaglia interiore, sgorga come lava sensibile e onnipotente dal cratere dello spirito ardente quando  ha rotto ogni limite [6]. La battaglia è anche una forma di vita, la cui intuizione virile pulsa come sangue vivo e in salute nel polso di colui che è predestinato. “Solo chi è forte tiene il proprio mondo in pugno: il debole è destinato a farlo evaporare nel caos” [7].
Junger fa uscire l’uomo dalla caverna esistenziale del suo piccolo guscio primitivo per espanderlo e unirlo illimitatamente alla vita; il filosofo infatti demolisce la gabbia della cecità ideologica e il cuore della coscienza riprende a battere illuminato da mille soli detonanti. La luce del cambiamento respira. L’oceano del destino si rovescia sul deserto dei sepolti vivi. L’esistenza scroscia sulla terra scoppiando come un temporale. L’uomo accalorato è nudo sotto il diluvio d’amore, egli ama la vita e la vita ama lui. Mondo interiore ed esteriore si baciano.
Junger è il filosofo combattente o il combattente filosofo (che poi è la stessa cosa) capace di prendere un alito della vostra vita ordinaria, imprimergli forza, farlo crescere sino a trasformarlo in un vento muscoloso che sposta e cambia il futuro.
Mentre il borghese si spegne nell’ignoto come l’effimero fascio di luce al tramonto, l’uomo combattente di Junger è sempre vivo.
La Storia non ama gli uomini proni né addossati al muro della terra di nessuno. La Storia fa il suo corso, gli uomini per lo più fanno la loro vita. Ma voi fate incontrare la Storia e la Vita. Fate incontrare il vostro tempo e il tempo della Storia. Il tempo: il tempo non si ferma mai, non si solidifica. Non fategli un monumento né un sepolcro. Il tempo è sempre vivo, siate vivi voi stessi. Questo è l’invito di Junger.
La vita si tende in interminabili giorni. Meravigliose albe di fuoco eterno. Tramonti rossi che non muoiono mai. Canti primaverili di soldati. Ciò che sembrava destinato a perire nella vecchia vita, anzi non-vita, ora vive e combatte.
“Cosa c’è di più sacro di un essere umano combattente?” [8]
Nei boulevards il sangue del pacifista scorre festante avanti e indietro come un buon bicchier di vino rosso nella gola dell’ubriaco. È la marcia della pace.
Il giudizio di Junger affonda inarrestabile nella verità della carne: “la propria persona è quanto di più sacro, motivo per cui [il pacifista] fugge o teme lo scontro” [9].
La pace è la superficie levigata come il marmo lucente, lontana, irreale, di uno stesso tavolo da gioco le cui gambe leonine si piegano nel profondo buio di un buco di vita di trincea.
“Si è forgiato il più puro spirito guerriero; si è combattuto, perché era nelle cose” [10].
Il coraggio è “l’assalto dell’idea alla materia” [11] del vaso immobile del mondo e possedere coraggio significa, per Junger, essere all’altezza del proprio destino sotto qualsiasi forma, anche quella del fischio mortale della guerra. C’è un singolo angolo di tempo nella vita di ogni uomo in cui l’esteriorita’ della lotta, cioè il mondo esterno, si spegne come una torcia nell’istante in cui la volontà si accende e ogni ostacolo attorno muore in un lampo [12]. Così, sotto una cascata danzante di fuoco spirituale, esondante dal braciere vulcanico della battaglia interiore, l’uomo viene ribattezzato a nuova e disinibita vita.
L’uomo è finalmente salito sul promontorio dell’universo per gettarsi nell’infinito. È la vittoria della vita spirituale sulla morte.
Il pacifista ha una sola, raffinata, femminile [13], idea: la pace, una graziosa statua emersa dagli scavi dell’umanità. Egli continua a scavare mentre l’umanità affonda e la terra diviene un groviglio di uomini vivi e morti.
Alla radice della lotta non c’è sempre una volontà di morte, a volte è la vita che lotta per vivere. Il pacifista non saprebbe tenere la posizione né andare avanti. Su ogni sporgenza di vita che va sbriciolandosi sotto il peso della Storia troverete un soldato tutt’uno con il suo buco: non può “rimanere là sotto, eppure mostrarsi in superficie era morte certa” [14].
In quale mercato rionale del pianeta morale il pacifista è andato a vendere le sue scarpe tirate a lucido affinché possa dire non ho piedi per marciare?
Il pacifista è l’uccellino che pigola per non uscire dal nido.




* l’articolo è stato sviluppato intorno a due dei 13 capitoli nei quali il libro La battaglia come esperienza interiore di E. Junger (1922) si divide: Pacifismo e Coraggio
[1] E. Junger, La battaglia come esperienza interiore, Piano B, Prato, 2017, pagg. 75-76
[2] cit., pag. 65
[3] cit., pag. 57
[4] “Ma quando sei tu, in piena goduria, a startene accovacciato dietro la mitragliatrice, quel movimento là davanti altro non è che una danza di mosche”, cit., pag. 65
[5] cit., pag. 56
[6] “Le vere fonti della guerra sgorgano dal profondo del nostro petto, e tutto l’orrore che poi inonda il mondo è solo un’immagine riflessa dell’anima umana che si palesa negli avvenimenti”, cit., pag. 59
[7] cit., pag. 56. Junger ironizza su coloro che, lontani dal fronte, “si scandalizzavano della guerra per iscritto per poi sostenere di aver avuto il polso della propria epoca!”, cit., pagg. 79-80
[8] cit., pag. 66
[9] cit., pag. 56
[10]  cit., pag. 71
[11]  cit , pag. 66
[12] “La perfezione. Ecco il punto. Lo spingersi agli estremi delle proprie capacità, il modellare la realtà nella sua forma più pura”, cit., pag. 76
[13] “Esiste un solo punto di vista per contemplare il fulcro della guerra, ed è quello mascolino”, cit., pag. 72
[14]  cit., pag. 63

(pubblicato su www.ereticamente.net)

L'eros alla maniera di Junger

Gli orologi tacciono. Le bocche si fanno delle promesse e delle offerte. Il respiro si stacca dall’io ed 
Zahra Saberi, 2017
entra nell’infinito. Come una fiaccola la carne. È l’eros alla maniera di Junger.
Il vino degli amanti carica di ebbrezza le bocche, calici aperti alla gioia.
L’eros è l’aspetto prelibato della vita: la messe del godimento giace raccolta da un unico, selvaggio sorso. Quale migliore immagine sensoriale!
Junger è il filosofo esteta che lascia i sentieri battuti e va incontro al “diluvio di apparizioni sensuali”, attraversa il bosco nero del pudor borghese spogliandosi di inibizioni  ed uscendone correndo con  spirito furente e nudo.
Così l’uomo di Junger: ama apertamente, in piena vita; taglia le briglie delle convenzioni sociali e si lancia allo stremo dell’infinito. Nessun organo cederà alla fatica prima di raggiungere l’oasi, il corpo virile risponde colpo su colpo all’invito della donna.
Ma Junger è anche il filosofo pratico che ha combattuto e che scrive senza lirismi “soldati e ragazze: un’accoppiata vecchia come il mondo”.
Egli solleva le parole come solleva il lenzuolo e ci indica un eros mostruoso il cui atto è “spaventosamente meccanico come la guerra stessa”: impaziente di deflagrare, un flutto schiumoso che irrompe detonando nella cavità della femmina e procedendo con lo stesso ritmo martellante del fronte. Nessun profumo di donna, solo l’odore acre di una civiltà in decomposizione. È l’eros alla maniera di Junger al tempo della guerra.
Due vittime, due brandelli di vita adagiati su un tavolaccio in pose strazianti e smorfie cadaveriche. Non c'è tempo per frammentare il godimento in dolci porzioni. È lo svolgimento della “natura bestiale di un pasto”. “E quando la presa d’acciaio affondava nella carne bianca, si levava una risata ubriaca”.
Non tutti però allungano bestialmente il collo e la mano sulle sconosciute. C’è anche un essere rimasto umano che illumina la sua ultima notte al chiarore vellutato della pelle intatta  della sua prima amante e poi, domani, finirà “sotto la grandine dei proiettili con i baci ancora tra i capelli”.

(pubblicato su www.electoradio.com/mag)